Magazine N.4

CONSIGLI UTILI PER RIMUOVERE GLI ADESIVI SENZA LASCIARE RESIDUI

A volte rimuovere gli adesivi può essere faticoso e il risultato scadente. Non è così semplice togliere questi adesivi dalla carrozzeria dell’auto o da un vetro o dalla porta di legno. C’è sempre lo stesso rischio: rigare la superficie o non toglierli del tutto. Quando si va a rimuovere un adesivo, ci si trova di fronte a due difficoltà principali: la rottura in pezzetti dovuta al deterioramento e le macchie di colla residua che creano aloni. Queste fastidiosi problemi, si possono risolvere in più modi e senza fare danni.Vediamo quali sono in questa guida alla rimozione.

Se l’adesivo è stato attaccato di recente, si può tentare di rimuoverlo aiutandosi con le unghie, oppure con un agente lubrificante spray ed un panno, ma se l’adesivo si rompe in più parti allora è meglio non insistere. Potete provare a immergere il panno in acqua bollente e posarlo direttamente sull’adesivo per cercare di allentare la collosità. In alternativa provate a scaldare l’adesivo con un phon da 2-3 cm di distanza, facendo movimenti circolari per circa 3-5 minuti. Se cominciano a intravedersi delle piccole bolle potete provare a rimuoverlo, anche con una piccola spatola di plastica. In caso di difficoltà, ripetere l’operazione e non appena staccato l’adesivo rimuovere accuratamente i residui di colla con alcool. Nell’eventualità che rimanga un alone sulla carrozzeria, è possibile eliminarlo passando un po’ di cera per auto.

Per rimuovere gli adesivi dai vetri, prima di tutto è fondamentale proteggere oggetti e superfici vicine con carta e nastro-carta. Dopo di che munitevi di un solvente e qui avete l’imbarazzo della scelta: alcool, acetone, solventi per unghie, olio, cera in pasta per automobili…vanno tutti bene. Prendete della carta assorbente, inumiditela col solvente scelto e strofinatela sull’adesivo cercando di inzupparlo. Lasciate agire il solvente qualche minuto per spezzare il legame tra colla e vetro. Verificate successivamente lo stato dell’adesivo che potrebbe essersi ammorbidito al punto da poter essere rimosso manualmente. Se questo non succede, allora usate delle lamette da barba facendole scivolare sotto l’adesivo. Se ancora resiste, ripetete le stesse operazioni aggiungendo altro solvente. Potrebbe essere usata anche una pistola termica, ma l’eccessivo calore rischierebbe di rompere il vetro. In alternativa ai solventi elencati prima, potreste usare rimedi naturali come l’olio d’oliva, o di semi o una crema idratante per la pelle.

Per rimuovere adesivi da una superficie in plastica, potete utilizzate potenti sgrassatori come il WD40 (un lubrificante sintetico utilizzato in ambito automobilistico), un solvente per unghie (acetone) o del liquido per accendini (nafta o carburante liquido per accendini tipo Zippo). Prima provate il liquido prescelto su una piccola area poco visibile: strofinate un cotton-fioc imbevuto di sgrassatore sulla zona nascosta prescelta, lasciatelo agire 15-20 minuti e assicuratevi che non ci siano reazioni dannose. Se non ci sono, potete applicare lo sgrassatore sull’adesivo o sul residuo di colla spruzzandolo direttamente o strofinandolo con movimenti circolari con l’aiuto di un panno pulito imbevuto.

Per togliere gli adesivi dal legno si utilizza il latte detergente, quello comunemente usato per struccarsi. In questo caso bisogna prendere un po’ di ovatta o un panno di cotone, bagnarlo di detergente e passarlo sui residui di colla da rimuovere. Successivamente risciacquare la parte con acqua, e la colla dell’adesivo sarà così completamente sparita senza danneggiare il mobile o la parete. Invece quando gli adesivi da eliminare si trovano sugli elettrodomestici, come in cucina, sul frigorifero e sulla lavatrice, per toglierli completamente si può utilizzare dell’acetone o meglio ancora la benzina rettificata (reperibile in farmacia) che non rimuove lo smalto dell’elettrodomestico e riduce la colla residua a palline, rendendoli facili da rimuovere.

Detto tutto questo, possiamo affermare che il metodo più alternativo e naturale per eccellenza, prevede l’utilizzo di un “solvente” presente in tutte le case: l’olio d’oliva. In alternativa rivolgetevi al vostro ferramenta o carrozziere di fiducia chiedendo spray specifici per togliere gli adesivi, da spruzzare e lasciar agire. Fate attenzione alle istruzioni per l’uso, controllate che le superfici siano compatibili con lo spray che state per acquistare. In genere i lubrificanti tipo WD40 o Svitol non presentano effetti collaterali.

 

 

 

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LA TIPOGRAFIA, IL PIOMBO, E IL SATURNISMO

Ancora oggi ci sentiamo dire: “Fai il tipografo? Poveretto, con tutto quel piombo!” e veniamo inesorabilmente considerati soggetti carenti di salute.

Ciò è dovuto ad una scarsa informazione sulla nostra professione, così come della denominazione “tipografo” viene fatta di tutta l’erba un fascio.

Ma ricordiamo bene i tempi in cui nelle tipografie il piombo c’era davvero, e anche tanto!!.

Piombo, stagno e antimonio formavano la lega per la fusione dei «caratteri mobili» in vari stili e misure. Prodotti in serie in epoche più recenti, erano assai simili a quelli inventati dal tedesco Johann Gensfleisch Gutenberg a Magonza nel XV secolo. Questi caratteri venivano messi e prelevati da apposite “casse” di legno con settori più o meno grandi. In qualsiasi testo occorrono ovviamente più vocali che consonanti, più minuscole che maiuscole, simboli, accentate e punteggiature, in minima quantità. Per questo, la cassa aveva i settori diversificati. I “corpi” si acquistavano nelle fonderie a “polizze”, cioè una quantità minima ma proporzionale dove, in base alla dimensione del corpo, ci sono un numero definito di “A” e “a”. Nelle aziende tipografiche artigiane, spesso durante la composizione di un testo, si arrivava a non avere più caratteri disponibili nella cassa. Per ordinarli e riceverli dalla fonderia, occorrevano settimane e la data di uscita della pubblicazione non sempre permetteva tanta attesa. Allora si stampava quello che era stato possibile comporre. Dopo la stampa parziale, la composizione veniva disfatta, ogni lettera rimessa al suo posto, per poi riprenderla nuovamente per comporre e stampare il restante lavoro. A volte questo procedimento si ripeteva più volte, per poter completare il testo nei termini di consegna. Si lavorava così, piano piano, con tranquillità, fischiettando i motivi dei primi festival canori. E stando con il naso a pochi centimetri dalla cassa, si respiravano le esalazioni del piombo, miste alla polvere depositata. Nelle tipografie editoriali c’erano centinaia di queste casse, poiché necessitava avere molti stili diversi per esaudire tutte le richieste di mercato, aggiornandoli spesso con le mode del momento. Alcuni vecchi compositori erano davvero intossicati. Lavoravano dieci o dodici ore al giorno alle casse in ambienti dove il piombo era a tonnellate, oppure sulle tastiere delle Linotype con accanto il fumante crogiolo del piombo liquido.
Avevano una malattia si chiamava «saturnismo*», un avvelenamento che nel corso degli anni penetrava lentamente nell’organismo, dando al povero compositore un’infinità di malesseri: orletto nero ai denti, un aspetto pallido e salute scadente. Con i primi interventi della medicina del lavoro e dei sindacati, divenne obbligatorio da parte del datore di lavoro, passare solo ai compositori una bottiglia di latte tutti i giorni, perché si riteneva che il latte ritardasse il processo di avvelenamento del sangue, disintossicando l’organismo.
Oggi il piombo nelle tipografie è estinto, il compositoio è stato sostituito dai computer, e di casse possiamo contarne un’infinità, inserite però in microcircuiti dalle dimensioni di un’unghia. Oggi è come avere a portata di mano un silos di lettere: maiuscole, minuscole, simboli, grafici a negativo, a positivo, punteggiature in quantità infinite; divisioni sillabiche automatiche delle lingue straniere, impaginazione automatica alla battitura del testo in forme grafiche con inserimento delle immagini.

I “tipografi” di oggi, vivono in ambienti condizionati, climatizzati, deumidificati, e le esalazioni che respirano sono solo quelle dei microprocessori, in stanze asettiche con porte e finestre chiuse e luce artificiale. L’aspetto pallido c’è sempre, il latte però non lo passa più nessuno, perché nelle tipografie moderne, il saturnismo non esiste più.
Però oggi i lavori dobbiamo farli sempre più in fretta, la tranquillità e il tempo per fischiettare sono ormai sepolti con il piombo, le casse e il saturnismo.

 

* [Saturnismo]: Avvelenamento cronico da piombo, caratterizzato da comparsa di orlo gengivale turchino, coliche addominali, paralisi dei muscoli estensori delle mani, turbe psichiche. Malattia professionale dei lavoratori a contatto col piombo`].

Questo testo è stato estratto da“Le Memorie di un Tipografo” di Ugo Francalanci. Il libro è in vendita presso libreria “Centrolibro” a Scandicci, piazza della Resistenza.

 

Una finestra sul passato: E se tutto fosse rimasto così?

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